certificazione ambientale

Nel corso del 2013, la Commissione Europea ha pubblicato una notizia dal titolo “Costruire il mercato unico dei prodotti verdi” in cui ha proposto metodologie, valide in tutta l’Unione Europea, per la misurazione delle opere ambientali per prodotti e organizzazioni.

La proposta promuove un metodo che consente di misurare le opere ambientali per tutto il ciclo di vita dei prodotti (Product Environmental Footprint – PEF).

Nel 2013 è stata finalmente avviata una fase di test, che si è conclusa nel 2016, che ha coinvolto oltre 300 aziende sul territorio nazionale (rappresentanti in media del 70% del mercato europeo dei prodotti) e oltre 2000 portatori d’interesse (organizzazioni industriali e organizzazioni dei portatori d’interesse nell’UE e in Paesi terzi).

Questa fase pilota era finalizzata all’elaborazione di norme specifiche per 25 categorie di prodotti, tra cui detersivi, carta, caffè, birra, vino, pasta, carne, pesce, pannelli fotovoltaici, prodotti per l’isolamento termico, acqua in bottiglia, pellami, vernici, scarpe, batterie, prodotti lattiero-caseari, e 2 settori merceologici: retail e estrazione del rame.

Al termine di questo percorso di 3 anni la Commissione deciderà le strategie future e le politiche relative all’utilizzo e alla promozione della certificazione ambientale di prodotto (PEF).

Che caratteristiche avrà Product Environmental Footprint (PEF)?
La PEF, o impronta ambientale di prodotto, si basa sull’analisi Life Cycle Assessment (LCA), ma vuole creare le condizioni necessarie per poter comparare le performance ambientali di prodotti appartenenti alla stessa categoria merceologica. Come già avviene per le etichette energetiche degli elettrodomestici, in futuro i consumatori potranno confrontare l’impatto ambientale di prodotti tra loro simili. Per riuscire a fare tutto ciò, naturalmente, sarà necessario individuare il benchmark – il temine di paragone – degli impatti ambientali dell’intero ciclo di vita di prodotti appartenenti alla medesima categoria merceologica.

Il benchmark è in questo caso il livello di performance medio e rappresentativo di almeno il 51% dei prodotti appartenenti a quella categoria merceologica venduti in Europa (nella determinazione del benchmark vengono quindi inclusi anche i prodotti d’importazione extra UE).

La PEF si articola in 15 categorie d’impatto ambientale (tra cui: cambiamenti climatici, consumo idrico, tossicità, ecotossicità, ecc) ma per ogni classe di prodotto verranno individuati gli impatti pi˘ significativi e solo questi verranno comunicati. Quindi le aziende che saranno interessate a calcolare e comunicare la PEF dei loro prodotti potranno concentrarsi solamente sulla raccolta dei dati necessari a fornire tali informazioni.

Circoscrivere l’analisi potrà portare a due importanti risultati:
ridurre i costi (LCA ad oggi è uno strumento utilizzato in netta prevalenza da grandi imprese) e incrementare la comparazioni dei risultati ottenuti.

Un altro elemento molto innovativo e che potrà determinare importanti cambiamenti è il libero accesso ai cosiddetti dati secondari. Nell’LCA, infatti, uno dei problemi e dei costi maggiori per le aziende è l’accesso e la qualità dei dati secondari (quelli non direttamente di responsabilità ed esclusività dell’azienda). Questi dati sono raccolti in database a pagamento: l’obiettivo della fase pilota per la realizzazione della PEF è la costruzione di banche dati attendibili il cui accesso sia libero e non a pagamento.

Superare i limiti dell’analisi LCA
Con la PEF di fatto la Commissione Europea vuole superare gli attuali limiti dell’analisi LCA, che è una sorta di fotografia degli impatti ambientali di un prodotto, la quale difficilmente permette di comparare gli impatti ambientali di prodotti simili.
Con la PEF invece con ogni probabilità si andrà a dividere in classi d’impatto i prodotti appartenenti alla medesima categoria merceologica che un qualunque consumatore (pubblico o privato) potrà acquistare.